La Torretta – Vinci (Fi)
Salve a tutti,
alcuni settimane fa ho fatto (l’ennesima) visita al ristorante La Torretta, situato nel centro storico di Vinci, in provincia di Firenze. Il locale ha un arredamento sobrio, ed è sufficientemente spazioso da non far soffrire i commensali di claustrofobia quando il locale è pieno (cosa che capita con una certa frequenza). Nell’occasione, sono andato a cena con tre amici, compagni abituali di “tavola”.
Abbiamo iniziato con l’antipasto della casa, uno dei pezzi forti del locale. Viene portato in tavola del sugo per crostini toscani in un fornellino di coccio, con pane a parte, ed un vassoio di prosciutto toscano. La cucina è dotata di forno a legna, e questo viene giustamente sfruttato per prepare una focaccina all’olio ed una piccola pizza margherita, incluse anch’esse nell’antipasto. Inoltre ci si può servire da soli al banco dei salumi (l’ultima volta era presente anche il mallegato, che personalmente adoro) ed al carrello dei sottoli. Andando più nello specifico, il sugo per i crostini è fatto decisamente più con il macinato che con i fegatini di pollo (ma c’è chi lo preferisce così), ed il carrello dei sottoli è forse un po’ “demode’ “, ma la qualità generale è decisamente buona. Inoltre il modo in cui l’antipasto viene servito favorisce la convivialità (coerentemente con l’atmosfera del locale, tutt’altro che formale).
Poichè, come avrete forse intuito, l’antipasto è decisamente abbondamente, abbiamo deciso di passare direttamente al secondo, ossia una tagliata con contorno di fagioli e patate fritte (ebbene si, quella sera avevamo tutti voglia di patate fritte, anche se magari qualcuno storcerà la bocca). La tagliata viene servita al sangue, su un piccolo braciere appoggiato direttamente sul tavolo. Questa soluzione, oltre ad essere indubbiamente scenografica, ha il vantaggio di permettere ai commensali la scelta del punto di cottura preferito. D’altro canto, le ultime fette finiscono quasi inevitabilmente per essere completamente cotte, ma non si è costretti a mangiare della carne fredda. La carne era senz’altro buona, anche se ne ho mangiate di migliori.
Abbiamo chiuso con il dolce: profitterol, non di produzione propria ma comunque di ottima qualità (nota di colore: sono un fan dei profitterol, quindi sono tendenzialmente critico; questi erano buoni davvero) . Infine, caffè e grappa.
Vino: abbiamo preso un vino in bottiglia, rosso, ma possiamo paragonarlo al classico “vino della casa”, sia per la qualità (si lasciava bere) sia per il prezzo.
Spesa: 28 € a testa, decisamente proporzionato.
Giudizio: 3 ganasce piene. Se volete passare una serata fra amici, mangiando del buon cibo e facendo quattro chiacchiere, questo è il posto ideale. Personalmente lo frequento con una certa regolarità, e non ho mai avuto spiacevoli sorprese.
Indirizzo: via della Torre 19, Vinci (FI).
Il meglio di Jo – Viareggio
Visto che l’ho segnalato qualche tempo fa e nessuno c’è andato, l’ho fatto io festeggiando li il quarantesimo compleanno della mia signora.Il locale mi era stato consigliato da Parisi in persona,oltre che da due gourmets “di professione”, quindi non mi sento di dire di essere andato li alla ceca.Il locale:di design, minimale,pulito ed essenziale con poco più di venti coperti.E’ un locale che all’ ingresso si fa dare del lei.
Con piacere vedo che tra i tavoli c’è qualche mio cliente, e il cameriere, garbato e ben vestito ci chiede subito in quale, tra i tavoli liberi preferiamo accomodarci.Scelto il tavolo ci accomodiamo e , insieme al menu ci viene portata un entratina: nella coppetta martini una spuma di purea di patate con germogli di ravanello.Gradevole, ben presentato.La signora declina verso il menù di mare,io al mio solito non riesco a staccarmi dalla terra. Ordino un Musar white 1999 , penso possa andar bene per entrambe i menù, che piace molto anche alla signora (fosse stato il primo appuntamento avrei fatto gol).
Gli antipasti, tre assaggi a testa, molto buoni e ben presentati la signora, che non è una buona forchetta apprezza molto. I primi:per quanto mi riguarda ho preso dei tagliolini di kamut con ragu di faraona al coltello e capperi. Meravigliosi, l’equilibrio è il punto di forza di jonatone. La signora invece aveva ordinato gli gnudi di pesce e vedo che li apprezza molto. Pero’ si ferma qui. Io invece avevo ordinato il piccione su terrina di Angus che divoro per la bontà.
I dolci io un flan di cioccolato, la signora una crema catalana. Inutile dire ineccepibili.
Il conto 120 euro per me meritatissimi.Io ci ritorno e propongo le 5 ganasce. Consiglio comunque, prima di appiopparle ,di provarlo. E’ la prima recensione che mi permetto di scrivere,e non vorrei che profumasse troppo di sviolinata quindi aspetterei altri commenti….
buon appetito a tutti.
emilio
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Enoteca San Guido, San Guido (Castagneto Carducci)
San Guido. Esterno notte. Difficile ignorare il grumo di simboli che questa minuscolo borgo dai tratti yorkshire riesce ad evocare: mani tese verso il duplice filare, cavalli da corsa lanciati a folle velocità sul rettilineo della storia. Vini con la stella dorata appuntata sul petto ricurvo dell’etichetta. A meno che non siate di ghiaccio, è inevitabile che un turbinio di emozioni vi faccia tremare le ginocchia. C’è aria di mito, qui. Mischiata al salmastro che spira dal Tirreno.
Così, deglutendo il groppo, si entra dentro San Guido e ci si scopre a mormorare una sorta di mantra tranquillizzante: “è solo un ristorante, è solo un ristorante, e solo un…”. Intanto si è oltrepassata la porta a vetri di quell’enoteca voluta personalmente dal marchese Incisa della Rocchetta. Lì, dove un tempo c’erano i lavatoi, oggi si cena a lume di candela. Ah, i nobili… L’ambiente è comunque caldo, una rapsodia neo-country. Ha pareti di vetro affacciate sulle stalle ormai disabitate dei purosangue, tavoli in ferro battuto e legno coperti da tovagliette di carta gialla, luce soffusa ed un nucleo interno dominato da un grande bancone. Non è un monumento al Sassicaia, né un mausoleo delle sue tante annate. Fortunatamente.
I gestori sono giovani(li) e lasciano raggiungere il tavolo semplicemente indicandolo col dito. Nel volgere di qualche minuto arrivano – in ordine sparso – il pane (buono, salato, dalla crosta marrone e dalla mollica candida), l’acqua e il menù. Quest’ultimo è stampato su di un rettangolo di carta colorata un po’ troppo home made per non stridere con l’atmosfera del luogo. Leggendolo si capisce subito che dalla cucina non potrà che uscire cibo tradizionale: antipasto toscano, zuppa di pane, le seppie in inzimino e via discorrendo. È sotto questi auspici che inizia la cena, articolata su poche portate: maltagliati al ragù bianco di anatra, brasato con cipolline glassate e torta ai due cioccolati. La scelta sembra apparire la più consona ai vini ordinati.
In breve tempo arriva il primo piatto. La sfoglia dei maltagliati è sottile, ben tirata e ottimamente amalgamata alla salsa. Quest’ultima, da parte sua, si difende egregiamente con polpe di volatile ancora succose e giusta untuosità. Purtroppo una persistente nota di alloro domina il ragù, afflosciandone così l’armonia complessiva. Il risultato è un primo piatto discreto ma monotono dalla prima forchettata (ottima), sino all’ultima (ancora una?).
Dopo una ponderata attesa, è la volta della carne brasata, adagiata in un grande piatto candido. La fetta, al centro, è nascosta dalla salsa; a lato le cipolline dorate. L’agrodolce, nota dominante della portata, la rende particolarmente appetitosa. Certo, un brasato tutto sbilanciato sull’acidità della salsa, anziché sulla matericità della carne e del suo collagene, è un abbinamento ostico per le bottiglie figlie di questo territorio. Non scatta la scintilla, semplicemente. Peccato veniale o difetto strutturale? Il dubbio inizia ad insinuarsi.
Al secondo segue una lunga pausa, durante la quale c’è tutto il tempo di far vivere (e piroettare) i vini nel calice sino all’estremità apparente della loro evoluzione. Un piacere interrotto solo dall’esaurirsi del liquido nel bicchiere.
La chiusura è affidata infine ad una doppia torta: micro fetta al cioccolato bianco e, speculare, micro fetta al cacao amaro. Uno Yin Yang da osteria, goloso ma un po’ giustapposto. Comunque la si giri (prima un morso di bianca, poi uno di nera; prima tutta la scura, poi la chiara – o viceversa, fate voi), è la torta al cacao amaro a sormontare l’altra. Una tirannide che, forse, poteva essere scongiurata scindendo il connubio e proponendo una delicata torta bianca o una intensa torta scura. Chiude un caffè (non espresso) molto buono, senza la tipica nota brulé di tanti ristoranti. Nessun accenno a distillati vari da parte dei due gestori. Ta bom. Dopo cotali vini, grappe e rum sarebbero gingilli superflui.
Ma, a questo punto, parliamo brevemente dei vini. Perché, siamo onesti, nessuno si avventura sino a San Guido solamente per la cucina. È quindi inevitabile che il côté enologico risulti parte integrante della cena e del giudizio espresso su di essa. Non con pretenziose note di degustazione. Piuttosto con una considerazione sui “massimi sistemi” della ristorazione. Siamo nell’ombelico del mondo dei Supertuscans, sempre che la parola significhi ancora qualcosa. Dunque la scelta enologica non può che ricadere sui vini “della casa” (Le Difese, Guidalberto, Sassicaia), o su qualche loro più o meno blasonato cugino. E d’altra parte non ci sono alternative: qui la carta parla bolgherese. Punto e basta. Va da sé che etichette tanto ingombranti invochino una sponda nel cibo. In qualche modo necessitano di piatti costruiti ad hoc, capaci di assecondarne le nuance, di suonare all’unisono. Good vibrations, insomma. Purtroppo non avvertite né con il primo piatto, né con il secondo. Questione di scelte, si dirà. O di turnazione del menù. Al limite di congiunture. Forse. Ma è un “forse” poco convinto.
Conclusioni: Il conto è esemplare per onestà (con due piatti principali ed un dolce, si spendono 25€. Vini esclusi, of course). E questo aiuta a lasciare il tavolo soddisfatti, nonostante la scollatura percepita tra qualità media dei piatti e qualità media dei calici. Un ultimo sguardo allo scaffale che raccoglie le etichette italiane più amate dagli americani. Qualche passo per raggiungere la porta. Poi si è nuovamente fuori. San Guido è ancora lì. Nel silenzio sembra di sentire gli zoccoli nervosi di Ribot sgambare sul prato. E mentre l’infinita coda di un Sassicaia blandisce ancora la bocca (e l’anima), ecco che il mantra dell’inizio torna a risuonare. Guardi i cipressi e ripeti: “è stato solo un ristorante”.
Giudizio: 
La taverna del Vin Vino – Borgo a Buggiano (PT)
Salve a tutti,questa è la mia prima recensione, quindi siate comprensivi…
Due sere fa sono andato andato a cena con alcuni amici alla Taverna del Vin Vino, situata nel centro dell’abitato di Borgo a Buggiano. Il locale si presenta bene, ad una prima occhiata. Menù esposto all’esterno con prezzi ben visibili. Presenti sulla carta un gran numero di piatti tipici della Valdinievole, come il carcerato pistoiese (una zuppa di frattaglie), la cioncia alla pesciatina (una sorta di trippa fatta con le guance del vitello), la farinata con la borragine.
Per farla breve, un menù da manuale dal punto di vista della tutela dei sapori del territorio. Una volta entrati, sorgono però i primi dubbi. L’atmosfera è forzatamente rurale, con quantità spropositate di tappi di sughero sparse dovunque, arredi contadini inseriti in ogni angolo, per non parlare del cameriere vestito con camicia a quadri e bretelle (in altre occasioni era corredato anche di cappello di paglia). Ma l’apice viene raggiunto con il verso simulato di una mucca che ogni tanto risuona per l’aere. Mmhh…
I sospetti di un locale che tende a impressionare il cliente con l’ambiente più che con la cucina vengono purtroppo in buona parte confermati. La cena inizia con un antipasto di terra. Ci vengono portate innanzitutto delle focaccine aromatizzate accompagnate da un boccone di polenta tagliato in foggia di cuore o losanga. Personalmente trovo l’abbinamento tra pane e polenta piuttosto discutibile, sia dal punto di vista organolettico che nutrizionale. Si prosegue con crostini di carne (molto buoni), soppressata servita su piatto caldo (idea ottima. l’aroma del salume si sprigiona quanto basta, rendendolo ancora più piacevole; se la cameriera si fosse ricordata di avvertici, avremmo evitato l’ustione…), pancetta e prosciutto tagliati al coltello (buona la prima, il secondo troppo poco stagionato per poter essere servito in fette comunque troppo spesse).
Come spesso accade quanto ci si trova in gruppo, per accontentare tutti ci siamo rifugiati nel famigerato “tris di primi“. Questa si rivela spesso una scelta catastrofica, e difficilmente mette in risalto le caratteristiche della cucina (parere del tutto personale, naturalmente). Comunque, tant’è… Ci è stata servita per prima una farinata con la borragine, senza infamia e senza lode. Carina l’idea di portarla in tavola nelle padelle di ferro. Segue un risotto con formaggio e pere, che è stato decisamente il punto più basso della serata. La quantità di zafferano (già discutibile in abbinamento con gli altri ingredienti) era tale da coprire completamente il sapore delicato delle pere, ed anche il formaggio faticava a far sentire la propria voce. Ciliegina sulla torta era una sfoglia di parmigiano posta come accompagnamento al piatto: era stata decisamente preparata troppo tempo prima, ed era così dura da risultarne impossibile la masticazione. Chiude il tris un raviolo con sugo alla maremmana (carne e funghi), anch’esso senza infamia e senza lode.
Nota positiva le porzioni, molto abbondanti (anche se, ad essere sincero, i commensali che avevo intorno non erano delle gran forchette).
Siamo dunque passati al dolce. Ho potutto assaggiare delle pere al vino con cioccolato fuso. Non male, anche se il cioccolato non era stato fuso perfettamente e presentava qualche grumo. La cena si è conclusa con caffè e grappa (limoncello per le fanciulle).
Una nota sul vino: non ci è stata presentata la carta, cosa che personalmente non mi piace, sia perchè mi piace curiosare, sia perchè il vino può incidere in maniera notevole sul prezzo finale. In ogni caso, ci è stata portata un bottiglia di novello, con la quale abbiamo accompagnato l’antipasto, ed una di “Valinardi”, rosso della zona di Vinci. Quest’ultimo è stato una piacevolissima scoperta, ed avrebbe meritato di accompagnare una cena diversa. Purtroppo non sono riuscito ad individuarne il prezzo fra le voci del conto, quindi non posso dire se il ricarico sia stato pesante o meno.
Spesa complessiva: 30€ a testa, giusti per la quantità, forse un po’ meno per la qualità.
Giudizio complessivo: una ganascia e mezza.
e mezza. Indirizzo: Taverna del Vin Vino. Piazza del Bestiame – 51016 Borgo a Buggiano (Pistoia)
Nota: purtroppo questo locale ha subito una netta involuzione nell’ultimo periodo. Avevo avuto occasione di provarlo poco dopo l’apertura, ed il riso con formaggio e pere che mi fu servito allora non aveva niente a che vedere con quello di cui ho parlato in questo scritto. La recensione che trovate qui è solo l’ultimo di una serie di tentavi, purtroppo con esito simile, negli ultimi 6 mesi. Un vero peccato, speriamo possano tornare agli antichi splendori.
Ristorante L’apostoleta – Cascina
La scorsa settimana sono andato con la mia ragazza al ristorante L’Apostoleta di Cascina, voleva festeggiare con una cena il suo primo contratto di lavoro, purtroppo la cena non è andata proprio come da nostre aspettative: il servizio è stato lentissimo, la nostra ordinazione è stata presa dopo circa 45 minuti (il ristorante non era al completo c’erano all’incirca 5 tavoli), abbiamo deciso di ordinare il piatto di mare d’autore, tagliatelle al cinghiale e come dolce profiteroles. Al momento dell’ordine la cameriera ci ha avvisato che per l’antipasto avremmo dovuto aspettare circa 20 minuti, quindi abbiamo chiesto la cortesia di avere qualcosina da stuzzicare nell’attesa la risposta è stata un no categorico e che l’unica cosa che poteva portarci era il pane (che nonostante tutto è arrivato insieme all’antipasto). Il piatto di mare d’autore non era altro che: uova di lompo, polpa di granchio tiepida, Gamberoni mezzi crudi e gamberetti (quelli che si comprano di solito in supermercato nelle ciotoline di plastica piene d’acqua) tutto di pessima qualità, il primo erano tagliatelle al cinghiale fredde anche questo piatto pessimo ed infine il dolce era 3 palline di profiteroles di quelli che si comprano in scatole formato famiglia (infatti nella teca presente all’ingresso facendo attenzione a ciò che espongono si può vedere le varie confezioni da dove lo prendono per metterlo nei piatti) e comunque anche questo era immangiabile. Tutta questa fantastica cena ci è costata la modica cifra di Euro 76,00. Per quanto sopra sconsigli vivamente a chiunque di andare a mangiare in questo ristorante in quanto sia il cibo che il servizio sono pessimi mentre il prezzo è abbastanza elevato peccato perchè il locale di per se è carino.
mezza ganascia morta suicida dopo aver mangiato qui.
Dante e Ivana, Tirrenia
Dante vi accoglie indossando un ampio grembiule nero con appuntati sopra i suoi gradi da sommelier: delegato Ais della provincia di Pisa, uno che dà del tu al vino, che lo chiama usando i nomignoli più intimi – e che ci tiene a farlo sapere sin dalla prima stretta di mano. Poco male, l’importante e che alle parole corrispondano i fatti. O le competenze.
Il locale è accogliente, ampio, rassicurante. Acquario con aragoste, box cantina ben in vista, cucina “a giorno”. Aleggia un non so che di buona borghesia anni ’70. D’altronde siamo a Tirrenia, qui c’erano gli Studios, gli attori, le belle donne e le grandi macchine. C’erano.
Una volta accomodati al tavolo, il premuroso Dante si avvicina, fa versare dal solerte cameriere una flute di discreto champagne e domanda: “è la prima volta”? La domanda suona maliziosa. “Sì”. “Bene, allora le consiglio…”. La premura, si diceva.
Il consiglio consiste in una sorta di biglietto da visita: antipasto, primo e secondo. Non proprio i cavalli di battaglia del locale, ma quasi. Il pro: se un oste bravo e competente ti invita al viaggio (gastronomico, bien sure), significa che sa perfettamente dove ti porterà. E come. Il contro: ma il menù scritto dov’è? Sul tavolo non c’è – e non arriverà mai. Tutto è affidato alla voce di Dante, profonda certo, ma priva delle preziose notazioni sul prezzo delle portate. Pazienza. Anche perché la carta dei vini consola ampiamente ogni delusione: ricca, succosa, colta (ma non troppo). Onesta quanto basta.
Senza stare troppo a soppesare vantaggi e svantaggi, ci si lascia comunque manipolare dal patron e inizia la cena. Dalla cucina sopraggiunge un cucchiaio ritorto riempito da una sapida ostrica lardellata (inzuppata da una goccia di aceto balsamico): inizio eccellente, “gulp”. Il pane, poi, è fragrante e variato: papavero, noci, grissini di pasta sfoglia, focaccia (che vide ore migliori). Un valido passatempo per i pochi minuti che separano il commiato di Dante dall’arrivo dell’antipasto. Eccolo: una terrina di fegato di dentice accompagnata da composta di fichi, gocce di aceto balsamico ristretto e pane fritto. Il tutto servito nell’oramai imperante piatto rettangolare. La terrina è una meraviglia, pungente e cremosa, capace di lasciare una scia di sapori marini lunghi e piacevoli in bocca. Ma va gustata da sola, al più con i dischetti di pane fritto. La composta evoca infatti colazioni domenicali sorbite con marmellate troppo dolci e burri poco salati; mentre l’aceto è ristretto sino ai limiti della carbonizzazione e sovrasta il delicato fegato con note di caffè tostato poco piacevoli.
Il primo piatto è invece estremamente bilanciato: tagliolini di grano duro con seppioline. Molluschi freschi e profumati, cottura interrotta al momento giusto, poco (veramente poco) pomodoro fresco a legare e rinfrescare il tutto, qualche “filo” di buccia verde di zucchina per una presentazione colorata e moderna. Un piatto semplice ma ricco di gusto. Sensato: la pasta, il pesce, le verdure, l’olio, il sale. Nient’altro. Una porzione più ricca sarebbe stata gradita (e spolverata) senza dubbio.
A questo punto è il momento del piatto forte. Ed eccolo: la fonduta di pesce. “Una nostra invenzione”, sentenziano nel ristorante (eppure…?). In pratica, un buon fumetto di pesce che sobbolle dentro al tipico caquelon della fondue, un meraviglioso piatto con bocconcini già ritagliati di pesce assortito e le forchettone dal pomello colorato. Un bel gioco saporito che, forse, avrebbe spiccato veramente il volo con la presenza sul tavolo di una smilza ampolla di olio extravergine di oliva e qualche bel grano di sale. Al posto delle varie salse maionesi, tartara e tonnata. Anni ’70 duri da dimenticare – e non per il piombo.
Al termine del rito dell’”inzuppo” di triglie, branzini, orate e mazzancolle (ebbene sì, anche loro), sazi e soddisfatti del tanto pesce facile facile da mangiare ingurgitato, il colpo di scena: spariscono i piatti e compaiono le scodelle. Naturalmente per potersi sorbire quel court bouillon caldo e saporito che ha atteso paziente nel pentolino. D’un fiato. Così, alla maniera cinese (ma certo: la fonduta cinese… ecco dove!). Comunque, una vera leccornia.
Le opzioni per il dessert sarebbero anche varie, ma: avete mai deglutito due ciotole colme di brodo non sgrassato? Dopo averlo fatto, una sfogliatina alla mela coperta di crema non vi sembrerà affatto una buona scelta. Ecco che convince di più un lieve sorbetto. Magari “melone e peperoncino”: prima il gelo rinfrescante del melone; poi il calore quasi tattile del peperoncino. Un grande classico che non gusta mai.
Finale. Porto (non eccelso) e larghi sorrisi offerti da parte di Dante che, intanto, ha dispensato consigli agli altri commensali – suggerendo vini, assecondando sentenze e gestendo al meglio la sala.
Conclusioni: Dante e Ivana appare come un ristorante di alto profilo, che forse pecca un po’ di autostima. Ottimo cibo, tanto solido e sapido quanto fresco e leggero – merito di quella Ivana che al di là del vetro della cucina sa muoversi con maestria e grazia. Servizio sempre presente, mai entrante. Vini all’altezza della fama del patron. Qualche caduta di tono, qualche trovata da mestierante consumato, qualche sbavatura. Una su tutte, il conto: 190€ per due persone. Troppi. Anche perché la fonduta di pesce pesa 30€ (“cada”) sulla bilancia finale. Cifra che, francamente, sarebbe stato più corretto conoscere in anticipo, non scoprire “stillando” la ricevuta.

Villa Poschi – Pugnano
Scrive Sommellie:
Dimenticavo! voglio scrive due righe x segnalare il ristorante Villa Poschi di Pugnano (ex arcate), dove ho cenato un paio di settimane fa x un compleanno.
Il locale, come dice il nome, è ricavato in una bella villa di fronte alla basilica romanica di Pugnano (vicino a Molina di quosa per i meno esperti) con sale eleganti per cene romantiche e cerimonie, ma pronto ad ospitare anche una comitiva di venti e passa “ragazzacci” quarantenni !
Con un servizio abbastanza formale, ci han servito una cena tipica toscana di terra composta da: antipasto di salumi e crostini vari (tutto abbondante e di qualità), due primi veri e propri, risotto sui porcini e testaroli al sugo d’anatra, (meglio secondo me il risotto, l’ anatra più anonima); due assaggi di secondo, tagliata di manzo e contorno di patate al forno e cinghiale con la polenta; infine il dolce in porzione extra da scegliere tra tiramisu, zuppa inglese o gelato alla crema con frutti di bosco!
Il tutto annaffiato da parecchie bottiglie di vino novello, di cui non ricordo la marca (o come diceva un mio vecchio amico come s’ intitolava!), caffe’ e vari ammazzacaffe’ il tutto per!
un trentacinquino a testa.
Penso che per la tipologia di locale e per il giusto rapporto qualità/prezzo, tranquillamente, posso elargire tre ganasciotte!
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PS. So che cucinano bene anche il pesce , ma sarà per la prossima visita! un saluto a voi tutti compari della ganascia instancabile!
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