Questa ve la devo proprio raccontare.

Ieri sera, 25 Luglio, in una nota “Hot-doggheria” di Livorno, stavo facendo la fila (non per me, fortunatamente) e c’era una famiglia davanti a me. Dopo tanti ripensamenti: “Quanto costa, cosa c’è dentro, ma così si può fare, no quello non mi piace…” hanno finito per prendere due panini ripieni di KETCHUP E PATATE FRITTE.

Adesso credo anche di capire perché c’è gente che va a mangiare alla “Botteghina”, alla “Rampa”, all'”Angelo d’Oro”, all'”Antico Moro”…

7 pensieri su “Questa ve la devo raccontà…

  1. …senza offendere nessuno , ma sei riuscito a capire se eran lucchesi o genovesi ? almeno una strusciatina di wustel sul pane ce la potevano far dare 😀

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  2. Aggiornamento:
    Mi ha detto un amico siciliano che dalle sue parti (Cefalù) usa davvero il pane ripieno di patate. Del resto, mi sovviene adesso che qualche anno fa, in quel di Carrara, ho visto riempire un panino con un trancio di pizza!

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  3. …un mio collega si faceva dei panini per colazione con quel che trovava nel frigo, anche con il cibo rimasto dalla sera precedente. Un giorno, ricordo, aveve il panino con i tortellini al ragu’ 😀 ps i vecchietti di un tempo poi, mangiavano il pane con la frutta, con l’uva , con i fichi etc etc ! Siamo italiani “pane amore e fantasia” 🙂 Per la serie , io senza pane non posso stare, senza pane non mi riesce mangiar nulla ! Il nostro problema e’ quando andiamo all’estero, nel nord europa intendo, con quel panino solitario, piccolo, piccolo, che ti dovrebbe far compagnia a tavola per tutta la cena 🙁

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  4. Si diceva, un tempo, che un francese è un signore che porta il basco, è ignorante in geografia, e chiede dell’altro pane.
    … E gli italiani?

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  5. questa è una chicca per chi non va in vacanza.
    E’ raccontata da Paolo Villaggio

    Una volta andammo in Provenza con Gassman. Andiamo a mangiare in un albergo che era anche uno dei più rinomati templi della cucina francese. Gassman era già un attore di fama internazionale e Ugo, dopo “La grande bouffe”, in Francia era una star. Accoglienza regale, tappeti rossi, il miglior tavolo, salamelecchi. Ordiniamo un pranzo barocco. Finite le consultazioni con il capocameriere, arriva solennemente il feudale sommelier, con relativo codazzo di vassalli. Colpo di scena: Gassman ordina uno Chàteau Lafitte Rothschild, il bordeaux più caro del mondo (una bottiglia, quattro milioni di lire, di allora, cioé anni Settanta). Alzando un sopracciglio, il sommelier galvanizza i suoi vassalli, che dalle segrete del maniero recano in processione l’inestimabile bottiglia, deposta nel cestino come Gesù bambino nella mangiatoia. Ha inizio il rituale bizantino della stappatura. Il sommelier mostra l’etichetta, svolazza il tovagliolo sulla bottiglia, circoncide la ceralacca, stappa come disinnescando una bomba inesplosa, risvolazza il tovagliolo sulla bottiglia, annusa il tappo, lo depone nel piattino di porcellana, caraffa minuziosamente il vino illuminando con la candela il collo della bottiglia per monitorare l’eventuale bruscolo di fondiglio, e trionfalmente, con una voluta barocca, versa il vino a Gassman. Distaccato, altero, Gassman assaggia. L’intera tradizione del teatro classico europeo si trasfonde in una pausa magistrale. Poi, con un sottotesto di lieve malinconia, il giudizio definitivo: «Sa di tappo». Il sommelier incassa da par suo, e inchinandosi con ossequio monacale al sacro cliente, ricomincia senza batter ciglio l’intera celebrazione. Tutto si svolge esattamente come prima, tranne che in sala aleggia una suspense insostenibile. Ugo suda, si agita sulla sedia. Gassman, da grande, grandissimo attore, non batte ciglio. Viene il momento del verdetto. Gassman si bagna le labbra, e in controtempo emette la sentenza: «Sa di tappo». Il sommelier vacilla, e capisce che per lui, a questo tavolo si rilancia troppo alto. Fa chiamare il direttore. Il richiamo si propaga per la sala. Ugo è nel panico assoluto e mormora: «Ci denunciano! Andiamo via, ci denunciano, ci mandano alla Caienna!». Si materializza il direttore, ci guarda in faccia, prende il bicchiere, assaggia, e guardando fisso Gassman decreta: «No!» e se ne va. Ugo, ormai in deliquio, trasecola per il sollievo: la beffa è finita, e noi siamo ancora lì, sani e salvi.

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