“Capparà” by Zucchero Nero – Livorno

“Capparà” by Zucchero Nero – Livorno

“Capparà” in bagitto, cioè nel linguaggio giudaico-livornese, è un augurio di bene e di buona fortuna.

E’ appena il caso di ricordare che, a seguito della cacciata di mori ed ebrei dalla Penisola Iberica da parte di quel grandissimo bischero di Filippo II, Livorno si popolò appunto di ebrei sefarditi, grazie alle costituzioni livornine ed alla politica lungimirante del Granducato. L’apporto ebraico è stato importantissimo, anche dal punto di vista culinario (pomodoro, peperoncino…).

Adesso il bagitto non lo parla più nessuno, anche se sono rimasti alcuni documenti scritti.

Ieri sera è stata organizzata questa manifestazione all’interno del mercato coperto, una cena, e dei canti dedicati alla tradizione ebraico – livornese.

Sulla parte musicale non dico niente, data la mia totale incompetenza.

Veniamo a quella mangereccia, che è stata curata dall’osteria “Zucchero Nero”, di recente fondazione (ma forse ha curato l’intero evento).

Sia ben chiaro che mi limito ad ieri sera, e quindi non la considero una recensione del locale, anche se qualcosa se ne può estrapolare.

Il guaio principale è stato il servizio:  non si possono mettere due sole ragazze a servire duecento persone. A peggiorare, le pietanze andavano a prenderle all’osteria, che è in via dell’Angiolo, cioè dall’altra parte di Via Grande, per cui arrivava tutto, al massimo, tiepido.

Abbiamo iniziato alle 20:00, ed alle 22:00 avevamo mangiato solo l’antipasto. Si sentivano commenti: “‘Un si fa così”… “Ridateci ‘ vaìni”… ‘Un ci sapete fà”… C’è stato anche un signore, con dei bambini piccoli, che è andato a prender loro una pizza!

Che non ci sapessero fare, è stato un po’ il parere di tutti. Ma veniamo all’aspetto “cibo”.

Eravamo nel corridoio centrale del mercato, tavolini e sedie in plastica da giardino, tovaglie e tovaglioli di non tessuto, posate e piatti di plastica.

Si comincia subito male, con la ragazza che chiede “vino bianco o rosso?” ed io: “Dipende da cosa si mangia!” “Roba toscana” il che, naturalmente, non vuol dire niente (ma, o non doveva essere ebraica?).

Comunque, vado a caso, e scelgo il rosso, un Chianti Mazzocchi DOCG di Palaia, non male.

Arriva l’antipasto, composto da una bruschetta al pomodoro, dei sottoli probabilmente di loro produzione, due acciughe alla povera (speriamo le avessero abbattute), ed un pezzo di pesce marinato non identificabile, forse palombo. A dire il vero, tutto buono.

Poi il cacciucco, per così dire: UN crostino di pane agliato con UN pezzettino (ino) di palombo, ed UNO scampo. (Vi rendete conto della difficoltà di aprire uno scampo con le posate di plastica? Meno male che, come tutta la gente di mare, avevo il mio coltello).

Couscous con intingolo di fagioli, verza e polpettine di carne.

Bordatino di mare: una polentina di mais molto sciolta, con sugo di pesce.

Bordatino di terra: idem con sugo di verdure.

Francesina: lesso rifatto con cipolle e patate.

Stoccafisso: alla livornese, con cipolle e patate.

Baccalà: alla livornese, fritto e poi ripassato nel pomodoro.

Dessert: ricotta bria’a, che però di alcolico non aveva nulla, guarnita con amaretti.

Le porzioni erano mini mini ma, dato l’elevato numero di assaggi, la fame ce la siamo levata.

Roba cattiva non era; il miglior pezzo è stato sicuramente il baccalà, e notate che io non lo amo particolarmente. Nel complesso però è stata dimostrata scarsa professionalità, come se tutta la faccenda fosse sfuggita un po’ loro di mano. Fra l’altro, a parte il couscous, di ebraico non c’era nulla.

Diciamo che non sono per niente invogliato a provare l’osteria.

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